Contributo Marzo 2021

L’ABITO LITURGICO FA O NON FA IL MONACO?

 

La celebre citazione “L’abito non fa il monaco” sta a significare che, talune volte, il modo di vestire non rispecchia, né contraddistingue, il carattere di una persona. Diamo atto, per fugare ogni equivoco, che si tratta della solita eccezione che conferma la regola. Nella maggior parte dei casi infatti i monaci (e più in generale i religiosi) rispecchiano e rispettano appieno la loro divisa; almeno quelli di loro che ancora la indossano. Al giorno d’oggi, infatti, costituiscono sicuramente una rarità i consacrati che si ammantano della talare, per secoli ritenuta emblemadel loro status.

Altrettanto pochi sono pure i sacerdoti che indossando abiti civili appropriati (il clergyman è ormai quasi del tutto scomparso) che manifestino il loro status.

Riprendendo la citazione emarginata sorge quindi un corollario spontaneo: “Può un monaco, che si ritiene tale, non indossare l’abito che lo contraddistingue?”. La risposta sembra ovvia e scontata: “Certamente no”. In primo luogo perché i suoi doveri lo impongono e poi, tanto per stare in argomento, perché sarebbe difficile riconoscere un monaco senza saio.

Abbandoniamo ora il ristretto campo monacale ed allarghiamo il nostro orizzonte al più ampio campo liturgico. Occorre osservare in proposito come il Magistero ecclesiale, nel corso della sua bimillenaria esistenza, abbia dettato regole precise nonché disposizioni appropriate in merito al vestiario dei presbiteri ed ai paramenti che essi devono indossare durante le cerimonie religiose che celebrano.

Non a caso la Chiesa ha provveduto ad abbinare, con cura meticolosa, i paramenti sacri alle varie fasi temporali dell’anno liturgico; stabilendone i colori e specificando altresì l’importanza del paramento da indossare, a seconda delle varie ricorrenze: solennità, festività e memorie, stabilite dal calendario liturgico. 

Il vestiario del religioso assume quindi un duplice significato: nel quotidiano quello di farsi riconoscere (per meritare dovuto rispetto e necessaria devozione, propria di chi provvede a somministrare i Sacramenti), mentre nelle sacre funzioni quello di indossare paramenti consoni ed appropriati ad ogni circostanza propria delle ricorrenze liturgiche.

Oggi, complice l’attuale era modernista, assistiamo purtroppo ad un imbarbarimento degli usi e dei costumi anche a livello ecclesiale, soprattutto in campo liturgico.

Che dire delle immagini, che impazzano su Tv e social, che ci mostrano il sacerdote/giornalista al cospetto del Papa, per la ricorrente periodica intervista, in abiti sdrusciti e calzante scarpe da footing?

Si rende necessaria una profonda riflessione sul perché sia stato oggi del tutto abbandonato quel protocollo di circostanza, opportuno quanto necessario, volto a rendere deferente omaggio al Vicario di Cristo in terra. Non ci si raccapezza proprio, soprattutto se si considera come tale protocollo venga tutt’ora rigidamente osservato in presenza di capi di Stato o di Governo. C’è forse qualche discriminante che ci sfugge?  

Va pure osservato che certi paramenti liturgici, che oggi vanno per la maggiore, hanno tutto meno che del sacro. Eppure essi vengono indossati, ormai disinvoltamente, dai celebranti della Chiesa modernista, sedicente in uscita, per celebrare la santa Messa. Così assistiamo all’esibizione di tuniche dai multicolori colori sgargianti propri dell’arcobaleno, elevato oggi ad unico emblema di uguaglianza sociale e di pacificazione fra i popoli e non più considerato quale sacro simbolo del patto biblico di nuova alleanza, stretto millenni orsono fra Dio e Noè dopo il diluvio universale. 

Adesso, aboliti i manipoli, le stole risultano sovente stampate direttamente sulle albe (camicioni bianchi sostitutivi dell’ormai desueto camice liturgico merlettato) finendo per costituire un tutt’uno con esse. Le casule (preziosa riscoperta di antichi paramenti sacri) che venivano utilizzate in via straordinaria fino all’epoca pre-conciliare in sostituzione della pianeta, rappresentano sempre più manifatture bislacche e colori bizzarri e costituiscono, ormai, usuale abbigliamento nella celebrazione della santa Messa.

Scomparsi quasi del tutto i sacri Vespri e le processioni, i piviali sono conservati negli armadi delle sacristie o esposti nei musei. Il velo omerale (continenza), proprio delle benedizioni eucaristiche nonché manto del suddiacono al momento precedente la consacrazione delle sacre Specie, nelle messe Vetus Ordo officiate da tre celebranti, è sparito quasi del tutto.

Dobbiamo quindi amaramente constatare che, in questa nostra epoca di modernismo ed appiattimento degli usi e costumi, in ambito ecclesiale l’abito non fa più il monaco. E, purtroppo, non siamo più in presenza di un’eccezione bensì di una ormai consolidata prassi che riduce tutto ad una uniforme sciatteria; con l’unico intento di sminuire, fino ad abolirla del tutto, la sacralità liturgica in ogni sua forma e manifestazione.

Forse gli “addetti ai lavori” dovrebbero effettuare un più che opportuno ripasso del Levitico (terzo libro del Pentateuco biblico) nel quale, già millenni orsono, veniva esplicitato, con dovizia di particolari, lo svolgimento delle cerimonie religiose con tutto quanto ad esse connesso: gesti, ritualità ed abbigliamento appropriato.

 

Il Coordinatore